Il canto della Banshee

 

“Dicono che le Banshee gridino disperatamente
Nella notte,
Per annunciare la morte del capofamiglia,
distrutte dal dolore per una tale perdita.

Personalmente, non c’ho mai creduto”

Montgomery O’Neel

 

Mi sono installato in una grande casa italiana circa dieci anni fa, in occasione della promozione lavorativa e successivo trasferimento in sede italiana: sono il brillante manager di una multinazionale finanziaria, e anche se all’inizio l’idea di emigrare all’estero mi aveva sconcertato, devo ammettere di essermi integrato perfettamente con la mia nuova comunità. Nel corso di questi anni mi sono anche sposato con una ragazza del posto, Chiara. Con lei, ho comprato una casa in campagna: il massimo, per far nascere e crescere una famiglia.
Questo inverno è venuto a farci visita mio padre, con i suoi settantaquattro anni. Devo ammettere che è stato proprio divertente vederlo alle prese con mia figlia Giorgia. Papà adora raccontare le storie di casa, come piace chiamarle a me, e lei adora ascoltarle. Sono giorni che l’intrattenimento principale della serata sono antiche leggende che narrano di folletti e creature fantastiche della mia cara Irlanda.
Ce n’è una in particolare che parla della Banshee. Chiara non ha piacere che la si racconti a Giorgia, ma pare che la bambina l’adori.
La leggenda dice che la Banshee sia una creatura fantastica, legata alle famiglie irlandesi più nobili, e che ami così profondamente il loro capofamiglia, tanto che quando ne sente arrivare la morte, i suoi cupi lamenti si odono per una notte intera, prima del suo sopraggiungere. Qualcuno aggiunge che si possano anche scorgere nelle vicinanze di casa, alle volte in sembianze di anziane signore, altre come avvenenti fanciulle.

Il tempo che mio padre tornasse a casa, dopo il suo lungo soggiorno, è arrivato fin troppo presto. So già che la mia piccola Giorgia ne sentirà terribilmente la mancanza, ma papà non può trattenersi oltre.
Stasera nevica. Una neve sottile, elegante, che sembra galleggiare in un cielo velato di stelle, prima di posarsi al suolo.
Giorgia guarda fuori dalla finestra lo spettacolo, come incantata da tanta bellezza e poesia.
Io ho avuto una giornata massacrante. Davvero, sono così mentalmente stanco che il solo desiderio che ho è di fare un lungo bagno caldo e infilarmi sotto le coperte; cosa che farò di sicuro dopo aver cenato e passato buona parte della serata a coccolare le mie ragazze sul divano.
Il programma infatti parte alla grande. Chiara mi prepara la vasca, con le candele intorno, e Giorgia sta già scegliendo il dvd.
Circa un’ora dopo, avvolto in una comoda tuta, sono spaparanzato sul divano, mentre Chiara finisce di rigovernare la cucina.
- Papà…! C’è una ragazza fuori… è vestita come una fatina!
- Ma dai amore mio… vieni qui e guardiamo…
- Sono sicura che è la Banshee del nonno, papà!
Scoppio a ridere di gusto.
- Potrebbe anche essere. Ora lasciala lì e vieni a sederti vicino a papà.
All’improvviso un grido spettrale fa sobbalzare me e penso anche Chiara, che strilla a sua volta. Il suono viene da fuori.
Corro alla finestra e non vedo nulla, solo la neve che continua a cadere in giardino. Stringo mia figlia tra le braccia e raggiungo mia moglie, il cuore colmo di apprensione. Tutti e tre ci stringiamo l’un l’altro, anche se Giorgia, con il suo candore di bambina, non sembra avere paura. L’urlo si ripete altre due volte, poi non si sente più.
È lo squillo del cellulare che mi strappa dal sonno che è sopraggiunto sul divano, tra le braccia di mia moglie e di mia figlia. Purtroppo sveglio entrambe muovendomi. Come un automa rispondo, ancora mezzo addormentato e quasi sicuro che ieri notte abbiamo avuto un’allucinazione di gruppo.
Chiudo la linea solo pochi minuti dopo. Non serviva certo dilungarsi in chiacchiere.
- Chi era, Montgomery? – domanda mia moglie, seria e preoccupata.
- Era mia madre. Dice che mio padre ha avuto un infarto, un paio d’ore fa e ci ha lasciati.
- E’ stata la Banshee – mormora Giorgia, con voce solenne, tanto che per un attimo, mi chiedo se non sia qualcun altro a parlare per lei – Io ve l’ho detto che c’era, ieri sera.
Dicono che le Banshee gridino disperatamente nella notte,per annunciare la morte del capofamiglia, distrutte dal dolore per una tale perdita. Personalmente, non c’ho mai creduto.
Fino ad ora.


Specchi

Secondo certi negromanti,
gli specchi sarebbero delle voragini senza fondo,
che inghiottono,
per non consumarle mai,
le luci del passato
(e forse anche del futuro).

Elsa Morante, Aracoeli, 1982


Lentamente Muore…

 

Lentamente muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.

P. Neruda


Protetto: Le avventure di Elena e Laura, il giorno in cui Edoardo si ruppe il braccio.

Questo post è protetto da password. Per leggerlo inserire la password qui sotto:


La ballerina

Amo danzare: la musica entra dentro di me, mi prende, mi riempie e mi porta via, sulle sue ali di fata, e mi porta in cielo.
Due o mille occhi su di me, non importa.
Con me, solo me e la musica.
Il sipario si apre, la luce si posa sul mio corpo gelido.
E’ il momento: lo spettacolo inizia.
Il braccio alzato, la gamba piegata, la testa reclinata di fianco, il tulle del mio gonnellino che se ne sta inamidato ben gonfio, come a simulare il movimento etereo del mio corpo, i capelli ben fermi sulla testa, il viso serio eppure sereno, perché una ballerina sente l’emozione, ma non la vive, e diventa tutt’uno con le note della musica che ama. Si flette al suo volere, si piega e poi torna in posizione. Statica eppure in movimento.
Questa è una ballerina.
La musica è iniziata, e mi reclama.
E io danzo.
Giro su di me, piroetto elettrica, gli occhi chiusi per gustare ogni momento della sinfonia dello Schiaccianoci di Tchaikovsky, il maestro.
E io danzo.
La mia vita è un ballo. E’ quello che so fare meglio, forse la sola cosa che so fare, anzi. Deliziose e delicate le note che mi accompagnano nella via.
E tu mi guardi, la testa reclinata di lato proprio come me, il mento nella mano, lo sguardo sognatore. Sogni di emularmi, sogni di poter danzare, come me, sulle scarpette con le punte, ed è così sottile il tocco con il piano sottostante che mi sembra, a volte, di volare.
Piano piano la musica rallenta, fino a terminare, e io ancora con il mio braccio alzato, la mia gamba piegata, la testa riversa su una spalla, lo chignon perfetto, il gonnellino gonfio.
So che ora chiuderai la scatola, ma so anche che tornerai presto.
Ed io sarò qui, ad aspettarti, chiusa dentro una scatola.


27 giorni e poi è ancora plenilunio, capitolo 4.

Segue da qui.

Capitolo 4.
-lo so che ci sei-

Dal proprio nascondiglio tra le fronde del grande abete rosso, Adam osservò le due donne avvicinarsi. Le aveva sentite arrivare proprio mentre il suo pianto scemava e lui riprendeva il controllo del proprio respiro, quindi aveva agguantato in fretta la camicia imbrattata di sangue, strappandola in più punti, e aveva raggiunto un’altezza ragguardevole sull’albero, cercando una posizione che gli permettesse di osservare le due nuove arrivate e di restare comunque nell’ombra.
La vecchia avanzava sicura tra i resti della sua vittima, mentre la ragazza, poco più che adolescente, la seguiva con passo incerto, cercando di schivare i brandelli che incontrava sul suo cammino. Ogni tanto borbottava qualcosa circa l’avvisare le forze dell’ordine locali.
Adam abbozzò un sorrisetto malinconico. Quante ne aveva viste di quelle scene strappacuore? A quante vite aveva strappato la possibilità di continuare, solo per la sua ricerca della liberazione? Quante volte il suo passaggio era stato scambiato e liquidato con l’attacco di un animale?
- Resta lì, Letizia – stava dicendo l’anziana signora, sollevando il moncherino del braccio sinistro dell’uomo – Devo trovare una cosa, devo assolutamente trovarla!
“Sta cercando l’anello” pensò Adam stupito. Dunque la vecchia sapeva… ma cosa sapeva? E soprattutto quanto sapeva di tutto quanto?
Tanto era sicura l’una, tanto meno lo era l’altra: la ragazza sembrava sull’orlo di una crisi isterica. Lui se ne rese conto nel momento stesso in cui fissò i suoi capelli scuri e spettinati, il modo in cui il suo giovane corpo tremava e annaspava alla ricerca di aria. A tratti strillava contro l’adulta, evidentemente incredula per il suo comportamento, quando invece Adam comprendeva perfettamente che lei aveva una sola cosa in mente: trovare la preziosa reliquia.
- Smettila Letizia! – sbottò la donna prendendola per le braccia prima di scrollarla con forza – Tu non capisci ancora la gravità della situazione!
- Il nonno è stato ucciso! C’è un qualcosa di pericoloso in giro e tu non vuoi nemmeno chiamare la polizia!
- Letizia… – ora il tono della donna anziana era sconsolato, quasi affranto, mentre pronunciava quelle parole – Non avrei mai voluto che tu lo scoprissi in questo modo. Tuo nonno ed io abbiamo cominciato a introdurti in questo mondo, ma non avremmo mai pensato che le cose avrebbero preso questa piega.
- Di che cosa stai parlando, nonna? – domandò la ragazza, mentre le lacrime le rigavano le guance – Ho paura, nonna! Chiamiamo la polizia… torniamo a casa…
- Non possiamo andare via se prima non abbiamo trovato l’anello – di colpo la vecchia si bloccò, guardandosi intorno; lasciò le spalle della nipote e mosse qualche passo per la radura, prima di estrarre una strana pistola dalla tasca dell’abito scuro che indossava e guardarsi intorno guardinga – Sei qui, non è vero? – gridò con voce ferma e sicura.
L’espressione di Adam si fece stupita, mentre fissava la donna sotto di lui e ammirava la sua compostezza.
- Letizia, stammi vicina.
- Nonna che succede? Perché hai una pistola? – strillò la ragazza isterica.
- Esci fuori bestia!
Adam sentì di aver preso la decisione giusta: si mosse sul grosso ramo e si preparò a saltare giù dall’albero atterrando pesantemente al suolo alla destra delle due donne. L’anziana fu lesta a voltarsi verso di lui, dando prova di una prontezza di riflessi ammirevole per la sua età.
- Spero, vecchia, che quella pistola sia caricata ad argento, perché tra ventisette giorni, anche se dovessi morire oggi, tornerei a cercare sia te che la ragazzina che ti sta alle spalle – mormorò con una calma e una dignità che era ben lungi da provare, restando a pochi passi da una canna da fuoco – ma tu questo lo sai… non hai bisogno che io te lo dica, non è vero?
- Sei giovane – osservò lei, eludendo la sua domanda, mentre la ragazza se ne stava ancora immobile e stupita a fissarlo, gli occhi verdi spalancati nel vedere i resti della camicia del vecchio cingergli la vita per coprire la sua nudità.
- Non così tanto come pensi tu, vecchia.
- Chi sei?
- Il mio nome è Adam Haversham. Sono nato in Cornovaglia nella primavera del milleottocentododici – cominciò con voce bassa e profonda, immobile negli occhi della sua antagonista – sono un figlio della luna dall’età di ventisette anni. Ho massacrato la mia famiglia, e mi sono nutrito nel corso degli anni come l’animale che sono. Ho effettuato molte ricerche in questo tempo: ricerche che mi hanno portato fino qui, in questa pianura del nord Italia, per incontrare anche solo uno dei membri del Cerchio del Sole e far cessare questa maledizione che mi tormenta da decenni…
Un silenzio di ghiaccio calò nella radura, e si protrasse per diversi minuti. La pistola tremò nelle mani della donna. La ragazza lo guardò con un’espressione indecifrabile, forse troppo scossa per riuscire lei stessa ad afferrarle sue parole.
Adam sospirò profondamente e allargò le braccia in segno di resa; l’anello che portava al medio della mano destra riflettè un raggio di sole, richiamando l’attenzione delle due su di sé.
- Questo è l’anello che cerchi, vecchia, e io sono il mostro che ha ucciso il suo possessore… – dichiarò sicuro – Ora, se tu uccidessi me, io te ne sarei eternamente grato.  

By Erika Bissoli


27 giorni e poi è ancora plenilunio, capitolo 3.

Segue da qui.

Capitolo 3.
-paura-

È l’alba. I raggi del sole filtrano attraverso le assi, rendendo visibile la polvere turbinante intorno a me.
Devo decidermi a rientrare in casa, i miei nonni saranno disperati per la mia assenza. Scendo appoggiando appena il piede ferito sui pioli, facendo un sacco di smorfie.
Chissà quale bestia mi stava inseguendo ieri sera. Spero soltanto che ormai sia lontana da qui, e che questa brutta avventura resti sepolta nella mia memoria senza tornare a tormentarmi sotto forma di incubo ogni volta che chiuderò gli occhi.
«Letizia! Oh, Letizia, sei qui!»
La nonna mi accoglie fra le sue braccia senza lasciarmi nemmeno parlare, il volto sfatto e rigato di lacrime.
«Perdonami, nonna, scusami!» singhiozzo, colpita dal suo aspetto sofferente. «Sono… sono stata nel fienile, ieri sera qualcuno… qualcosa m’inseguiva, ho avuto paura e mi sono nascosta! Ti prego, scusami!»
«Non importa, tesoro mio, non importa, l’importante è che tu stia bene. Ma sono preoccupata per il nonno, stanotte è uscito per cercarti, temevamo ti fosse successo qualcosa, e non è ancora tornato!»
Dio del cielo! Se il nonno si è diretto verso il paese per venirmi incontro, può essere stato aggredito da… dalla cosa! Forse è ferito, forse…
La nonna mi osserva qualche istante in silenzio, ho l’impressione che mi stia leggendo nella mente.
«Dobbiamo andare a cercarlo! Subito!» esclama, spalancando gli occhi stanchi e umidi.
«Chiamiamo la polizia, nonna… se davvero chi mi stava inseguendo ieri sera si è imbattuto in lui, avremo bisogno di aiuto!»
Mentre tento di convincerla, cerco il cellulare nella tasca dei pantaloni. Merda, è un gesto automatico, e mi scordo sempre che in questo luogo dimenticato da tutti non c’è campo.
Mi siedo rassegnata e mi prendo il piede fra le mani.
«Stai sanguinando! Lascia che…»
«Chiama la polizia, intanto io mi disinfetto, non è niente!»
«Non ci sarà di nessun aiuto. Cerchiamolo noi, e se non dovessimo trovarlo, allora chiameremo» replica, scuotendo il capo.
«Ma…»
«Nessun ma, Letizia. Andiamo, abbiamo già perso anche troppo tempo.»
La nonna mi sembra strana, ho un brutto presentimento, non voglio uscire là fuori. Prima era sconvolta, ora è fredda e lucida. Non capisco, perché questo cambiamento?
C’incamminiamo verso il bosco, io zoppico visibilmente, lei sembra animata da una forza misteriosa.
Non tardiamo a trovare i primi resti. I resti di un uomo orribilmente massacrato. Non può essere altri che il nonno, ma non posso crederci, mi rifiuto di crederci!
Tutto questo sangue, questi pezzi di… un corpo! Chi, cosa può aver fatto una cosa del genere?
Sono impietrita, osservo la scena come se guardassi un film, ripetendomi come un mantra che non è vero niente, che sto sognando, che sono nel mio letto al sicuro, che i nonni sono al piano di sotto a litigare perché il nonno sta fumando la pipa e il dottore ha detto che non deve farlo. E la nonna sta preparando la crostata di mirtilli anche se sa che al nonno non piace.
Ma non è profumo di dolci quello che sento: è odore di morte.
I conati di vomito mi scuotono anche se sono a digiuno da ieri sera; mi appoggio al tronco di un albero, posando la fronte sulla mia stessa mano.
Improvvisamente mi rendo conto che la nonna non ha fatto una piega, non ha detto nulla… Torno a volgere lo sguardo nella sua direzione, e la vedo inginocchiata fra i poveri resti, intenta a cercare qualcosa.
«Nonna? Nonna! Che stai facendo? Io…»
«Resta lì, Letizia. Devo trovare una cosa, devo assolutamente trovarla!»
Le lacrime iniziano a scorrermi lungo le guance: finalmente il dolore per la morte del nonno prende il sopravvento sul senso di estraneità che mi aveva colpita. Ma piango anche per lei: il suo comportamento non è normale, c’è qualcosa di macabro e di sinistro in quello che sta facendo.
«Smettila, non fare così!» piagnucolo, avvicinandomi a lei vincendo il ribrezzo.
«Non capisci! Tu non capisci!» sibila, fissandomi con uno sguardo allucinato. «L’anello! L’anello non c’è più!»
Suo marito è morto dilaniato da una bestia feroce, e tutto quello che riesce a pensare è un anello?
«Nonna, torniamo a casa, dobbiamo chiamare la polizia, non puoi fare… qualsiasi cosa tu stia facendo! È morto, capisci? Che importanza ha…»
«Ha un’enorme importanza, Letizia!» esclama, rialzandosi da terra, le mani e i vestiti sporchi di sangue. «Senza l’anello, è tutto perduto.»

By Loredana Baridon


Protetto: Le avventure di Elena e Laura, il giorno in cui Stefano si sbucciò il ginocchio.

Questo post è protetto da password. Per leggerlo inserire la password qui sotto:


27 giorni e poi è ancora plenilunio, capitolo 2.

(segue da qui)

Capitolo 2.
-primo giorno-

Adam aprì gli occhi e osservò il cielo, i movimenti placidi delle nuvole, i raggi solari che pallidi scacciavano le tenebre. Abbandonato sull’erba, non si diede pena di muoversi, restando con le braccia aperte come a formare una croce. Era esausto e aveva un sapore acre in gola.
“Che ho fatto?” si chiese, muovendo lentamente le dita delle mani e sentendole appiccicose. Con una smorfia, se le portò davanti al viso e il suo presentimento si rivelò esatto.
Sangue.
Richiuse gli occhi, inorridito e tremante, mentre il panico lo assaliva e il braccio ricadeva mollemente sul prato boscoso.
“Non di nuovo… ti prego, non ancora… fa che sia un animale… fa che sia un animale… fa che sia un animale…” continuò a ripetersi.
La sua nenia interna continuò ancora per diverso tempo, tanto che quando risollevò le palpebre, il sole era già alto nel cielo.
Non potendo restare lì in eterno, Adam si fece forza e stancamente si tirò a sedere, osservando il proprio corpo nudo. Il sangue non gli imbrattava solo le mani, ma anche braccia, stomaco, petto e gambe. Aveva bisogno di un bagno, di sapere che fine avessero fatto i suoi vestiti e dove si trovasse la sua macchina, e non necessariamente in quest’ordine. Si costrinse a lasciar vagare lo sguardo nei dintorni, sentendo la nausea assalirlo: tutto intorno a lui c’erano brandelli di carne, ossa e abiti.
“No…” pensò, sentendo la disperazione e il disgusto farsi strada dentro di lui “non di nuovo… non un’altra povera vittima senza colpa… non adesso”.
Deciso a non arrendersi proprio ora che era così vicino alla meta, si alzò in piedi e facendo uso dei propri sensi sviluppati valutò i vari rumori che lo circondavano. Superò a fatica la repulsione per il forte odore di sangue e morte che impregnava l’aria e si mise in ascolto.
Cinguettio di uccelli, prima di tutto.
Frusciare di foglie.
Ronzio di tarli.
Gorgoglio di un ruscello o di un fiumiciattolo di montagna.
A occhi chiusi, vi si concentrò, tentando di prendere proprio quella direzione e raggiungere il corso d’acqua; mosse qualche passo e fece una smorfia quando il suo piede nudo urtò qualcosa di morbido e umido. Aprì gli occhi e fissò disgustato il brandello di carne ora intrappolato tra l’alluce e l’ilice, e lo scalciò via, sentendo un nuovo conato di vomito salirgli in gola. Signore, doveva essersi nutrito come un pazzo, quella notte. Eppure era certo di non essersi lasciato a stomaco vuoto, la sera prima, ricordando con una certa sicurezza la sosta alla macelleria del paese per acquistare diversa carne e poi di come si fosse appartato nel boschetto proprio per restare lontano dalla popolazione.
Mano a mano che proseguiva, i resti aumentavano; all’improvviso dimentico del proposito di raggiungere il piccolo corso d’acqua si fece coraggio e seguì la scia di orrore per raggiungere la carcassa abbandonata poco distante.
I resti di un uomo mostruosamente dilaniato gli si presentarono davanti: l’addome era aperto e maciullato, lasciando intravedere le costole e la colonna vertebrale stranamente intatta; la testa era innaturalmente piegata di lato, la bocca storta in una smorfia di dolore e paura.
La nausea che lo stava torturando raggiunse il culmine e Adam si accasciò al suolo, senza lottare più, e lasciò che la natura facesse il proprio corso, liberando il contenuto dello stomaco sull’erba. Diversi minuti dopo, ansante e leggermente sudato, sollevò di nuovo lo sguardo verso il sole.
- Perché a me? – mormorò affranto – Perché io?
La disperazione durò per un solo istante, e si riscosse in un momento. Non doveva piangersi addosso. Aveva la possibilità di rimediare. Poteva guarire. Ora di nuovo padrone di sé, si alzò in piedi e raggiunse il fiumiciattolo poco lontano, si ripulì e ancora nudo tornò sui suoi passi, fino a raggiungere di nuovo la vittima di quella notte di orrore. A giudicare dai resti doveva essere stato un uomo piuttosto imponente. E si sicuro anziano, vista la capigliatura canuta.
Uno strano luccichio attirò la sua attenzione. Proprio dove aveva lasciato che la nausea lo vincesse. Incuriosito, raggiunse il punto e facendosi forza raccolse un piccolo oggetto, ripulendolo alla meglio.
Un anello con un’effige.
Adam spalancò gli occhi, poi il suo corpo si ripiegò su se stesso, la schiena di colpo molle e senza vita, e ricadde sulle ginocchia, sentendo le speranze abbandonarlo. Le lacrime presero a scorrergli sulle guance, i singhiozzi gli squarciarono il petto, le spalle scosse dai sussulti di un pianto disperato.
In quella notte di orrore aveva ucciso la persona che stava disperatamente cercando. L’unico in grado di liberarlo dalla dannazione eterna.

By Erika Bissoli


27 giorni e poi è ancora plenilunio, capitolo 1.

Capitolo 1.
-prologo-

Piove. Diluvia.
L’acqua fa un rumore infernale colpendo le lamiere che ricoprono il fienile dove mi sono rifugiata.
I capelli bagnati sono incollati al mio viso sconvolto, nascosto fra le ginocchia che mi stringo spasmodicamente fra le braccia.
Ho perso una scarpa durante la fuga, e ora il mio piede nudo, ferito e sanguinante, inizia a trasmettere segnali dolorosi al cervello.
Un tuono romba tra le nuvole, facendomi sussultare.
“Non mi può trovare, qui” penso, ricacciando in gola le lacrime che mi pungono gli occhi.
Sento ancora i suoi passi dietro di me, sempre più vicini. Non so chi fosse a inseguirmi, ma sono certa che non avesse buone intenzioni. Quando ho lasciato la festa, stasera, la luna era alta nel cielo, piena e meravigliosa.
Il paese non è lontano, il sentiero era perfettamente illuminato dal plenilunio, e io non avrei mai immaginato che mi sarei sentita in quel modo.
Braccata. Come se fossi una preda, come se…
Non posso restare qui dentro per sempre, qualcuno verrà a cercarmi e io dovrò spiegare…
Un rumore improvviso mi fa saltare il cuore in gola. Resto immobile, congelata dal terrore.
Per fortuna ho tirato su la scala a pioli che ho usato per salire, prima di rannicchiarmi fra le balle di fieno.
«Letizia, sei qui?»
Mia nonna. Cazzo, proprio lei…
Non posso risponderle, anche se so che si preoccuperà da morire. Lui potrebbe sentirmi, sono certa che mi stia cercando.
Pensare che sono venuta qui in vacanza per rilassarmi dopo un anno passato sui libri, e ora…
Se n’è andata. Il temporale no.
Il vento ulula come se mille spiriti indemoniati stessero danzando sotto la pioggia.
Sono spaventata come una bambina, non so decidermi a lasciare il mio nascondiglio.
Piano piano la furia degli elementi si placa e i rumori che mi facevano accapponare la pelle si sono affievoliti e poi estinti.
Nel dormiveglia che mi sorprende ancora seduta e intirizzita, penso che domattina avrò un bel po’ di spiegazioni da dare ai nonni.

By Loredana Baridon


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.